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Quanto dura il sempre

Quell’ultima “bella estate”

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Cesare Pavese (opera originale di Manuele Fior)

Tredici giorni. Tredici brevi passi di consapevolezza separano il 9 settembre del 1950 dalla notte tra il 26 e il 27 agosto dello stesso anno e vanno a sottrarsi a quel quarantaduesimo anno mai compiuto di cui oggi ricorre l’anniversario.
Da ragazzo del Belbo a uomo torinese, in un apparente crescendo che è in realtà una dolorosa scissione, Pavese vive sin da giovanissimo quello stesso sdoppiamento cucito addosso ai personaggi dei suoi racconti quando il sogno americano coincideva con il bisogno di un più ampio spazio d’azione e quella nostalgia perseverante lo teneva ancorato alle proprie radici immerse tra le Langhe.

È il caso della raccolta di racconti intercalati da poesie Ciau Masino, composta tra il settembre 1931 e il febbraio 1932 ma pubblicata soltanto nel 1968 per iniziativa di Italo Calvino che la inserì nell’edizione Einaudi dei racconti pavesiani. Protagonisti a fasi alterne sono Masino e Masin, il giornalista e intellettuale di città che lavora a Torino ma ambisce all’America e l’operaio di provincia spinto dagli eventi ad allontanarsi dalla natia città sabauda: due facce dello scrittore stesso in costante lotta con l’insoddisfazione per ciò che ha e con l’irrealizzabilità di ciò che vorrebbe.

Ciò che però al Pavese di quel 1950 iniziava a mancare era la fiducia nel futuro e in quel cambiamento che la giovane età dei suoi personaggi rendeva ancora credibile. Il Cesare di Ciau Masino era un ragazzo poco più che ventenne, in grado quindi di riconquistare la propria strada, caduta dopo caduta, e di riscattare la propria vita, guardando davanti a sé con timore ma senza intravedere la finitezza di una reale condanna.

C’è una separazione netta e strettamente emotiva dietro l’ambivalenza del carattere nostalgico e sognatore di Pavese, un divario climatico e logistico che vincola la natia Santo Stefano Belbo al “caso” della sua nascita – alla salubrità e alle sue estati bambine – e la rigida e ortogonale Torino al periodo invernale e scolastico, in rappresentanza dell’aspetto culturale e formativo della sua vita. Una distinzione che condiziona sin dall’adolescenza l’approccio sociale ed emotivo dell’autore e la sua scrittura. L’ansia di andare e quella di ritornare.

Quel dissidio narrativo, il voler essere altro e altrove, profondamente insoddisfatti di ciò che si è e del modo in cui lo si vive, non smetterà mai di esistere in Pavese e nelle sue opere e non finirà mai di accompagnarsi a un immaginario felice perché passato – o comunque non più tangibile al momento della narrazione.

Ogni volta che si riprende in mano una sua storia, un suo quadro narrativo, ci si rende conto di quanto tacitamente una parte di noi abbia rimosso la brutalità e la passione unite nel groviglio nostalgico di una scrittura maledettamente attuale che rende inconsciamente vulnerabile chiunque vi si avvicini.

È come se Pavese invitasse cavallerescamente il lettore a sognare attraverso i suoi occhi nostalgici: gli tende la mano da bravo padrone di casa, porgendo il braccio al più incerto, cingendo le spalle al reticente, rassicurando tutti con sprazzi di un’ironia leggera – non troppo accentuata, per non allontanare il lettore serioso, ma neanche eccessivamente dimessa, per non annoiare il più baldanzoso – per poi disseminare tra le righe il castigo legato a quegli stessi sogni a occhi spalancati.

Ripercorrendo le pagine di La luna e i falò, pubblicato appena quattro mesi prima della morte dello scrittore, si nota un’estrema rincorsa della nostalgia che va ad accarezzare le corde emotive che ognuno di noi – con la sola differenza di intensità – ritroverà tra un rimpianto e una ferita.

Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. Nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia; adesso i prati erano stoppie e le stoppie filari, la gente era passata, cresciuta, morta; le radici franate, travolte in Belbo – eppure a guardarsi intorno, il grosso fianco di Gaminella, le stradette lontane sulle colline del Salto, le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora.

Torna, quasi a coronamento della sua cifra stilistica, il sottile gioco letterario che alterna presente e passato, come a volerli legare definitivamente l’uno all’altro in vista di quell’ultima “bella estate” intesa come “estate epifanica” pregna di scoperte e di cambiamenti irreversibili.

L’estate d’iniziazione, di quella “verginità che si difende”, come Pavese stesso definì la storia de La bella estate – scritto nel 1940 ma pubblicato nel 1949, prima di quell’ultima notte d’agosto – fa quasi da controcanto all’ultima estate di vita dello scrittore.

Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere.

Del perché Pavese abbia voluto che la fine di quell’estate coincidesse con la fine della sua vita, che quei primi giorni di settembre 1949 fossero i suoi ultimi primi giorni settembrini, non sappiamo altro rispetto a quanto è rimasto scritto nelle ultime pagine del Mestiere di vivere, quando a giorni alterni citava e negava il suicidio, si incoraggiava a focalizzarsi sulla positività delle piccole cose per poi, poche righe dopo, ricadere su se stesso.

Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.

Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

(17 agosto 1950)

Ciò che forse però possiamo immaginare è il contrasto interiore che ha accompagnato quel ragazzo delle Langhe nelle ultime ore in cui ha affidato alla sua mente la propria insofferenza, prima di rassegnarsi al buio di un’emotività troppo a lungo provata dagli eventi. Forse, semplicemente, parafrasando un passaggio de La bella estate, viene un momento nel quale si ha paura del tempo che passa e non si sa più se vale la pena di continuare a correre. Allora, come quel letto di falò che dovrebbe servire di buon auspicio per il futuro raccolto, si prende atto del lento consumarsi di quel fuoco e si scende a patti con la luna.

2 Commenti

  1. Arianna

    “Il buio di una emotività troppo a lungo provata dagli eventi” è una frase perfetta

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    1. AleGiannitelli83 (Autore Post)

      Grazie! È l’unica espressione che ho trovato per rendere l’andirivieni di Pavese tra vita e desiderio di morte…

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