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Quanto dura il sempre

Sulla strada del ritorno a scuola, storie comprese!

Tra il suono adrenalinicsnoopy-scrittoreo dell’ultima campanella di giugno e lo scampanellio invadente di settembre aleggia sempre un senso di strana sospensione. Sembra che il tempo si dilati e che i primi temporali preautunnali non li riguarderanno per un periodo indecifrabile.

Poi i giorni iniziano gradualmente a rincorrersi e, tra una ramanzina dell’ultim’ora e un intero corredo scolastico da ricomprare, per molti ragazzi torna l’affanno all’ultimo capitolo da finire, ai quaderni di lavoro da riconsegnare, alle scarseggianti idee da riorganizzare per potersi sedere dietro il proprio banco con apparente tranquillità e rimandare almeno a fine ottobre i gravissimi e impellenti mal di pancia che, almeno una volta, hanno caratterizzato la vita scolastica di ciascuno di noi.

Dall’esterno possono sembrare questioni banali e di poca rilevanza ma ricominciare l’anno scolastico – magari con la prospettiva di un esame finale e l’incognita dei nuovi professori – non è esattamente il migliore dei doni di settembre.

È una storia che si ripete, un nuovo capitolo che si apre sui timori, sulle insicurezze e sui piccoli, grandi cambiamenti che da preadolescente contano come questioni epocali. Cambiano i compagni, gli insegnanti, le aspettative; si moltiplicano le difficoltà da superare e, insieme a quei muri invalicabili che sono le interrogazioni e le verifiche in classe, si edificano nuove insicurezze: paura di non piacere ai nuovi arrivati, di deludere intere schiere di parenti, di non essere all’altezza delle capacità richieste o di non averne la voglia. 

Perché le ore scolastiche sono, in fin dei conti, una stretta campana di vetro che troppo spesso viene scambiata per l’unica realtà esistente, tanto dai genitori quanto dai ragazzi e, ahimè, da molti insegnanti.

Invece quella campanella a un certo punto della giornata suona, gli zaini si chiudono e il mondo ricomincia: situazioni famigliari da sostenere, amicizie che si rompono e poi si ritrovano, amori inseguiti o temuti, la partita di calcetto di cui vantarsi con i compagni il giorno seguente, il saggio di danza contemporanea a fine mese, le prove di resistenza estrema di ogni pomeriggio spartito tra piaceri e doveri.

Ma i libri e la letteratura, in tutto questo, cosa c’entrano? Cos’hanno a che fare con i ragazzi, con le singole paure e le ansie collettive?

C’entrano eccome, perché ai ragazzi – a quegli stessi preadolescenti labili e apparentemente sconclusionati che tante critiche ricevono dalle generazioni precedenti – le storie piacciono da morire. Ebbene sì.

Perché quando hai dodici, tredici anni, la voglia di viaggiare e di scoprire vite completamente diverse dalla tua va inevitabilmente a incrociarsi con il bisogno di sapere che ci sono altri te fuori dalle mura domestiche e dalla tua aula scolastica. Evadere per ritrovarsi, mettiamola così: da una parte scoprire e dall’altra riconoscersi. È qui che la letteratura – ma anche semplicemente una storia raccontata da un amico, da un genitore o da un insegnante – prende la forma di uno di quegli scenari nei quali i ragazzi iniziano a conquistare coraggio, a mettersi in gioco interpretando se stessi travestiti da personaggi: sono questi i primi passi verso un futuro cucito su misura.

Comincia L., con la sua caratteristica crocchia sulla testa e gli occhi spalancati per la curiosità: agita il braccio per l’impazienza di una domanda impellente e poi resta in attesa. Segue S., che con estrema disinvoltura azzarda una risposta che anticipa quella dell’insegnante, tra le risatine dei compagni e l’ammirazione di alcune delle ragazze.

Che sia il viaggio di Dante all’Inferno o l’avventurosa cronaca “on the road” di Sal e Dean, oppure la leggenda dei giorni della merla, poco importa: la curiosità che storia letta ad alta voce o raccontata a braccio può scatenare non guarda in faccia all’età anagrafica dell’autore, non dà troppa importanza all’ambientazione della storia o al numero e all’identità dei personaggi, se le corde toccate sono quelle giuste.

E poi? chiede a quel punto F., sbarrando gli occhi.

Come faranno ad arrivare, perché hanno sentito il desiderio di partire, chi li ha mandati là dove ora si trovano in difficoltà, le fanno da controcanto gli altri.

Se ne parla poco ma è così: tra un naso da gatta o un’angelica coroncina di fiori su Snapchat e quattro chiacchiere in piazzetta, i ragazzi amano le storie e cercano qualcuno che gliele racconti.

Non ci saranno mai abbastanza storie ad accompagnare delle vite in piena crescita, né risposte davvero esaurienti all’accavallarsi di invece, e se, ma, perché.
Dovrà però esserci sempre una moltitudine di emozioni a sommergere quelle teste ancora troppo disordinate alle otto del mattino, quegli occhi esausti arrivati per miracolo alla sesta ora, quelle memorie ricettive che ogni giorno chiedono di essere saziate.

Se gli auspici d’inizio settembre fossero questi, se ci fosse qualcuno a ricordare ai ragazzi che le storie che vivono non hanno sempre un voto, una finalità didattica, un esito positivo o negativo, che ci sono tante altre voci nelle quali riconoscere la propria, allora anche settembre sarebbe un bel dono di fine estate.

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