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“Il villaggio di Stepànčikovo” di Dostoevskij: sorridere a stento tra i bocconi amari

Dostoevskij, “Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti” Editori Riuniti

Un lettore abituato alla profondità delle riflessioni dostoevskijane rimarrà inizialmente sorpreso e quasi deluso dalla prima parte di questo strano romanzo, annoverato tra le opere minori dello scrittore, intitolato Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti.
Sin dalla struttura, infatti, si nota qualcosa di diverso dal semplice romanzo: una prima e una seconda parte come fossero il primo e il secondo atto di una commedia, ognuna incentrata su una singola giornata della vicenda.
I personaggi, poi, richiamano ad alta voce i tipi delle commedie plautine: il parassita, il servo, la matrona.
Anche una delle tematiche portanti nella storia risulta abbastanza classica, anche se non è il fulcro del romanzo, ovvero le mille peripezie che portano infine al coronamento del sogno d’amore di due amanti.

Tutto ciò, però, che ci si creda o meno, è Dostoevskij: il lato più umoristico ma non per questo meno incisivo del Dostoevskij che è passato alla storia con opere tutt’altro che d’intrattenimento, come questa invece vuole – in apparenza – essere.

La trama è piuttosto intricata e ricca di personaggi, ognuno con le proprie malefatte e i propri sotterfugi, con una maschera per le occasioni ufficiali e un volto misero per la quotidianità.

L’ex colonnello degli ussari Egòr Il’ìč Rostanev, ricevuto in eredità il villaggio di Stepànčikovo, vi si trasferisce insieme ai suoi figli e si ritrova a ospitare nel suo podere la madre – la generalessa Krachòtkina, rimasta vedova del secondo marito.
Insieme alla generalessa, fa il proprio ingresso in casa del colonnello anche un certo Fomà Fomìč Opiskin, parassita del cui passato si sa poco, precedentemente entrato in casa della generalessa per prestare le proprie cure al generale Krachotkin.
Già remissivo e di animo estremamente buono – ma soprattutto ingenuo – il colonnello diventa, giorno dopo giorno, succube di Fomà.
Voce narrante dell’intera vicenda è Sergèj Aleksàndrovič, nipote del colonnello, che – invitato da suo zio a Stepànčikovo per aiutarlo e, una volta lì, sposare la giovane governante Nàsten’ka – diverrà testimone della ridicola quanto intoccabile sottomissione dell’intera famiglia ai capricci di Fomà e ai suoi quotidiani atti di cinismo.

Fomà aveva intuito che tipo di uomo aveva di fronte e aveva anche capito immediatamente che il suo ruolo di buffone era finito

e che, in mancanza di esseri umani degni di questo nome, anche lui poteva essere un nobile.

Scritto tra il 1857 e il 1858 da un Dostoevskij reduce dalla traviante esperienza dei quattro anni di lavori forzati e nel pieno della seconda parte della sua condanna come soldato semplice in Siberia, Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti è effettivamente una commedia mancata, con tanto di battute ad effetto e di personaggi che, dopo aver declamato la propria visione delle cose, passano vicino a un altro personaggio e gli rivelano in un sussurro tutto il contrario.
Come tale l’aveva infatti concepita lo scrittore e, seppur pubblicata poi sotto forma di romanzo sul numero di novembre-dicembre del 1859 della rivista letteraria «Annali della patria», resta un’opera che fa dell’aspetto comico e riflessivo il suo nucleo.

In alcuni passaggi, infatti, il lettore si ritroverà a dover chiudere il libro per l’eccessivo spazio lasciato agli sproloqui del parassita Fomà, che si prende gioco di chiunque gli si opponga, o proverà l’istinto di intervenire a nome di Egòr, tanto risulterà remissivo – una di quelle persone straordinariamente nobili e pure di cuore che si vergognano persino di supporre il male in un altro uomo.

Se ciò accade, sicuramente, l’intento dello scrittore può considerarsi raggiunto: far riflettere sulle varie e controverse nature dell’uomo, sull’amor proprio scaturito da una vita di stenti e di pene, su quanto nessun essere umano sia poi così facilmente riconducibile a una sola, limpida personalità e su quanto sia breve il passo tra la bontà d’animo e l’ingenuità.

Ora immaginatevi che cosa può diventare un Fomà, per tutta la vita angariato

e oppresso e forse addirittura effettivamente battuto, […]

un Fomà letterato amareggiato, un Fomà buffone per il pane quotidiano, un Fomà despota nell’animo,

malgrado tutta la sua nullità e impotenza, […] questo Fomà che ottiene all’improvviso onore e gloria,

viene vezzeggiato e lodato grazie a una protettrice idiota e a un protettore da lui sedotto

e sempre pronto ad acconsentire, nella cui casa egli era infine capitato dopo lunghe peregrinazioni.

Il narratore della storia, allo stesso tempo protagonista e spettatore incredulo di tutta la vicenda, parla direttamente al lettore/spettatore, soprattutto nella parte iniziale e nella conclusione, manifestando tutto il suo sdegno e la sua rabbia di fronte a ciò che accade davanti ai suoi occhi e alla sua impossibilità d’intervenire.

Un Dostoevskij umoristico, più leggero, quasi d’intrattenimento? Direi proprio di no.
C’è sicuramente molto di cui sorridere, tra queste pagine: non mancano scene esilaranti, battute di un’ingenuità bambinesca, servitori che ripetono a forza lezioni di francese o che vogliono cambiare cognome perché aspirano a diventare scrittori e vedere il proprio nome in copertina.
Quel riso, però, è sempre un riso amaro, fine a se stesso, così come questo quarto romanzo dostoevskijano disturba e fa riflettere il lettore in un’unica soluzione.

 

Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti                                   
Fëdor Dostoevskij
Traduz. di Miriam Capaldo
Editori Riuniti, 2013
Pp. XIV + 354    € 9,90

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