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Quanto dura il sempre

Chiamiamola empatia. Chiamiamoli “i nostri ragazzi”

Esattamente un anno fa, più o meno nelle ore in cui sto pubblicando questo articolo, stavo conoscendo quelli che sarebbero diventati “i miei ragazzi”.
Ancora non potevo sapere quanto mi sarei legata a loro, non conoscevo altro che i loro nomi e il compito più urgente e importante per me, in quel momento, era quello di riuscire a memorizzarli e ad associarli ai loro visi.
Col passare delle settimane, lezione dopo lezione, quel compito sarebbe stato sostituito dalla più ardua necessità di completare quei venticinque quadri mentali con le loro particolarità: situazioni difficili, caratteri da conquistare, euforie da cui lasciarsi travolgere nei giusti tempi, lacrime facili e timidezze da sfatare.

Dovrei dire che non è stato facile, che è stata dura conquistarli, che tempi e modi non sono mai quelli giusti tra un’insegnante trentenne e dei dodicenni in pieno istinto di ribellione: e invece non posso dirlo, perché tra me e loro è nato tutto spontaneamente, sin dalle primissime ore, tra risate e sguardi d’intesa.
La chiamo empatia, per semplificare, ma il meccanismo scattato in quella che sembrava una mattinata come tante, in una classe qualunque, senza nessuna aspettativa e nessuna forzatura, non è definibile né ripetibile.

Alla fine dello scorso anno scolastico, tra gli ultimi incontri con i colleghi e l’epopea infinita di consigli e collegi, mi sono sentita rispondere a più riprese – e da persone ogni volta diverse – che il rapporto coi ragazzi si sarebbe ricreato ad ogni nuovo incarico, che ognuno di quegli insiemi di menti e cuori allo sbaraglio avrebbe lasciato qualcosa dentro di me e che tutti quei pezzi di vite si sarebbero poi sommati nella mia memoria, andando a formare un bagaglio di esperienze e passione ineguagliabile.
Eppure, puntualmente, ogni volta quel ritornello – seppur sincero e ripetuto in buona fede – mi lasciava perplessa e dentro di me pensavo che non avrei mai più provato ciò che stavo provando in quegli ultimi giorni di insegnamento.
Ora che è trascorso esattamente un anno dal primo giorno in cui quell’esperienza unica è iniziata, ora che mi ritrovo a pensare spesso ai miei ragazzi nonostante ne abbia conosciuti e amati altri, adesso che ogni fine mese ho un appuntamento fisso con loro e, col cuore a mille, busso alla porta di quella stessa aula e mi ritrovo sommersa dalle loro grida di gioia e dalle loro domande, adesso posso dire che quella mia perplessità era fondata.

Ho avuto altre esperienze d’insegnamento, mi sono relazionata con altri ambienti, altri ragazzi, altre esigenze e ogni volta ho salutato tutti a malincuore, chiedendomi quanto sarebbe stato strano, dalla mattina successiva, non ritrovare i loro sorrisi, le facce viola di fronte a certi bigliettini “d’amore vero”, i chiacchieroni da zittire ogni cinque minuti, i racconti inventati su compiti mai svolti, le ricerche su Lucignolo anziché su Lucifero e, perché no, anche le sfrontatezze dei più furbi.

L’emotività è sempre entrata in ballo ma mai ai livelli dell’empatia scattata quel 26 gennaio.
Almeno finora, certo. In fondo è trascorso solamente un anno, verissimo. Un anno durante il quale, però, più volte mi sono ritrovata a domandarmi cosa significhi realmente insegnare, e non intendo come mestieranti, ma come responsabili di accarezzare una parte importante della vita di un ragazzo.

Non ho trovato una vera risposta – probabilmente perché non ce n’è una sola e valida per tutti gli insegnati, per tutti i ragazzi o per tutte le situazioni scolastiche – però ho capito che al di là della cattedra che separa il mondo di noi adulti da quello dei ragazzi, oltre il confine prestabilito dalle convenzioni sociali e scolastiche, l’insegnamento, nella realtà di tutti i giorni, è fondamentalmente uno scambio di caratteri e di esperienze, di rispetto e di emozioni.
Non c’è nulla di univoco, nessuna vera cattedra dietro la quale ergersi a detentori di grandi verità e nessun banco fisso dietro il quale obbedire e imparare.
Entrare in classe ogni mattina con la certezza di riprendere il dialogo interrotto nella lezione precedente, di trovarsi di fronte venti o più occhi curiosi che comunicano tutto ciò che le parole non riuscirebbero a esprimere: questa dovrebbe essere la routine di ogni insegnante con “i propri ragazzi” e questo mi auguro di trovare in ogni nuova classe.
Le probabilità di ritrovare l’empatia già provata sono bassissime, di sicuro però è di ricordi e di esperienze così forti e indelebili che ogni insegnante dovrebbe avvalersi per continuare a insegnare ai propri futuri ragazzi.

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