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Quanto dura il sempre

“Le correzioni” di Jonathan Franzen

(Schopenhauer: Una parte considerevole del tormento dell’esistenza è il fatto che siamo continuamente incalzati

dal Tempo, che non ci lascia mai prendere fiato e ci corre sempre dietro come un sorvegliante con la frusta).

Alcune storie, alcuni personaggi, alcune famiglie stentano a uscire dalla mente di un lettore anche dopo aver voltato l’ultima pagina.
Non è questione di romanticismo né di attaccamento, bensì di un lento quanto solido insediarsi di caratteri, vizi, difetti, visioni e situazioni nella testa di chi per giorni o settimane ha seguito le vicende di personaggi tanto vivi da sembrare reali.
È questo il caso di un libro come Le correzioni di Jonathan Franzen (National Book Awards 2001) che, sin dal titolo e dalla ripetizione a d
istanza di pagine del termine “correzioni”, suggerisce un background malato e corrotto – anche se apparentemente sano e normale – che va ben oltre la famiglia Lambert, su cui è incentrato.
Una storia tutt’altro che lineare, con molti personaggi secondari non sempre semplici da seguire, alcuni dei quali finiscono per incontrarsi a distanza di pagine – e di anni. Perché tutto, tra le pagine delle Correzioni, finisce per combaciare dopo essersi intrecciato tra le vicissitudini dei Lambert: oggetti, situazioni, personaggi, pensieri, gesti.

La trama, apparentemente lineare, nasconde tra le pieghe della normalità un substrato di segreti, sotterfugi, vecchi rancori e apparenze da salvare.
La famiglia Lambert, dunque. Enid e Alfred, anzitutto, due anziani coniugi – lei fisicamente sofferente e costretta a supportare da anni suo marito, ingegnere ferroviario in pensione, uomo autoritario e dispotico ora malato di Parkinson – rimasti a vivere a St. Jude, nel Midwest, dopo la partenza dei loro tre figli:
il primogenito Gary, dirigente di banca, un matrimonio che si regge sul fantasma di un legame e una depressione negata ma evidente; Chipper, ex insegnante e autore di una sceneggiatura che continua a correggere senza esserne mai soddisfatto; e infine Denise, chef di successo alle prese con un difficoltoso rapporto con se stessa e con la sua omosessualità.

Soli nella loro triste e metodica quotidianità, Enid e Alfred mal sopportano l’una la presenza – il peso – dell’altro e vivono nell’attesa di un ultimo Natale alla presenza della famiglia riunita, prima degli accertamenti medici ormai irrimandabili a cui dovrà sottoporsi Alfred per poter intraprendere una cura sperimentale chiamata Corecktall.
Franzen ci fa entrare nelle loro vite in ottobre e, con un moto altalenante tra passato e presente, ci accompagna fino al giorno tanto agognato.
La famiglia perfetta e felice che Enid desidera ritrovare attorno alla tavola natalizia, però, in realtà non esiste più – o forse non è mai esistita – e sicuramente non corrisponde a quella creata dalla sua mente e costruita sui suoi principi borghesi e perbenisti tesi a salvare le apparenze.

[…] i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli.
I suoi figli volevano cose completamente e vergognosamente diverse.

Attraverso dei flashback incentrati sui diversi componenti della famiglia, la narrazione va a formare un quadro variegato e particolareggiato del presente dei Lambert. Un quadro nel quale tutto si ricongiunge, in cui ogni pennellata non viene mai stesa a caso ma va puntualmente a creare uno stretto legame cromatico con la pennellata precedente. Descrizioni estremamente particolareggiate e continue analisi del personaggio di turno completano l’opera, rendendola ulteriormente profonda e riflessiva.
Il ritmo diventa sempre più incalzante, sempre più orientato verso le agognate correzioni che ogni singolo personaggio si aspetta dall’altro o dagli eventi.

Da ragazzi si era dotati della volontà di aggiustare le cose da soli, e del rispetto per i singoli oggetti fisici, ma alla fine qualche componente

interna (comprese componenti mentali come quella volontà e quel rispetto) diventava obsoleta, e così, anche se molte altre parti

funzionavano ancora bene, si potevano addurre ragioni per gettare via l’intera macchina umana.

Ma è davvero possibile correggere ciò che è malato? Esiste una correzione per ogni anomalia del nostro vivere, come Enid vorrebbe per ciascun componente della sua famiglia che, a sua volta, continua a fallire nel tentativo di uscire dal circolo vizioso delle proprie imperfezioni?
Forse l’unica correzione da apportare è sul proprio modo di guardare gli altri e, in primis, nel fondo della proprie azioni.
Nella maggior parte dei casi, quando arriva, la correzione non è lo scoppio improvviso di una bolla di sapone, ma un lento declino.

Le luci di St. Jude si stavano spegnendo una dopo l’altra. E se si restava seduti a tavola abbastanza a lungo, per punizione, o rifiuto, o semplicemente per noia, non ci si alzava più. Una parte di sé rimaneva lì per tutta la vita.
Come se il contatto prolungato e troppo diretto con il puro scorrere del tempo potesse segnare i nervi per sempre, come quando si fissa a lungo il sole.
Come se una conoscenza troppo profonda di ogni interiorità fosse necessariamente dannosa e impossibile da rimuovere.

 

Le correzioni

Jonathan Franzen

Traduzione di Silvia Pareschi

Einaudi Supercoralli, 2002

Pp. 603     € 19,00

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