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Quanto dura il sempre

“L’uomo di Marte” di Andy Weir

Acidalia Planitia, Marte.
A Sol 6 della missione Ares 3, una tempesta di sabbia a 175 km orari costringe l’equipaggio di Hermes a raggiungere d’urgenza il MAV (Mars Ascent Vehicle) per abbandonare Marte prima di compromettere il veicolo e restare bloccati sul pianeta.
Durante la corsa dall’Hab (base marziana) verso il MAV, una delle antenne riceventi travolge un uomo dell’equipaggio, Mark Watney, conficcandoglisi nel bacino, scaraventandolo a centinaia di metri di distanza dai suoi compagni e mettendo fuori uso il suo bio-monitor. Gli altri, non riuscendo a individuarlo nel mezzo della tempesta e credendolo ormai morto, non possono far altro che avviare il MAV che li trasporterà sulla nave spaziale Hermes, con cui torneranno sulla Terra.

Inizia così il percorso di Mark – botanico e ingegnere meccanico – verso la sopravvivenza: perché non è morto a Sol 6, come tutti credono, e nonostante sia isolato, senza sistema di comunicazione con la Terra e con scorte di cibo insufficienti, in un Hab progettato per durare solamente trentuno sol, non ha nessuna intenzione di finire la sua vita in Acidalia.

Mappa di Marte

La sua unica ancora di salvezza sembra essere quella di sopravvivere per 1387 sol (un sol dura 24 ore e 39 minuti, per un totale approssimativo di 4 anni) e di raggiungere il cratere Schiaparelli, a ben 3200 km di distanza da Acidalia Planitia, in coincidenza con l’arrivo dell’equipe della missione Ares 4.

Nel frattempo si ritrova a dover risolvere una serie di problematiche per tentare di sopravvivere: razionare i viveri presenti nell’Hab ma anche trovare il modo per creare altro cibo, trovare un mezzo di comunicazione con la Terra per avvisare la NASA di essere ancora vivo, riuscire a pianificare il suo viaggio verso Schiaparelli.

 

Se l’ossigenatore si guasta, finisco soffocato.
Se si guasta il rigeneratore dell’acqua, muoio di sete.
Se si apre una falla nello Hab, esplodo o qualcosa del genere.
Se non succede nessuna di queste cose, a un certo punto resterò senza niente da mangiare e morirò di fame.

Ma la cosa più ardua, a detta dello stesso Mark, è ritrovarsi completamente solo su un pianeta deserto e avere solamente la disco music e i noiosi telefilm anni ’70 della comandante Lewis e i gialli di Johanssen a fargli compagnia!
Sì, avete letto bene: eccovi ufficialmente di fronte all’umorismo di Mark!

Una storia che sembra inizialmente ricalcare un classico sci-fi drama e che invece, partendo da un incipit traumatico, mette in scena fiducia, positività e amore per la vita, autonomia nella risoluzione dei problemi ma anche tanta solidarietà.
Il tutto alla luce di un ottimismo incrollabile e contagioso.

«[…] Nei mesi precedenti al lancio, la squadra è stata sottoposta a un addestramento snervante.

Alla fine mostravano tutti sintomi di stress e malumore.

Mark non faceva eccezione, ma la differenza stava nel modo in cui lo manifestava,

aumentando la dose di battute di spirito e facendo ridere tutti gli altri».

Questo è il senso di L’uomo di Marte di Andy Weir (2014, Newton Compton) e costituisce anche lo spirito permanente della trasposizione cinematografica di Ridley Scott, Sopravvissuto – The Martian (2015), che ricalca quasi perfettamente le vicende e i risvolti del libro, con pochissime e quasi impercettibili variazioni.
Anche se il romanzo esordisce con la voce di Mark che fa il punto della situazione nel suo diario di bordo (che nel film è un video diario) mentre il film segue cronologicamente l’attività della squadra su Marte, l’arrivo della tempesta di sappia e il risveglio di Watney, le due narrazioni sono quasi identiche.

Tornando al libro, la struttura è apparentemente lineare ma si rivela essere una sovrapposizione di voci. Inizialmente Weir si concentra sul diario di Mark, consentendo così al lettore di immedesimarsi e di risolvere i quotidiani problemi di sopravvivenza passo passo col protagonista, dandogli così l’impressione di trovarsi di fronte a un lungo, monotono diario di memorie marziane.
Quasi a sorpresa, invece, dopo una cinquantina di pagine la narrazione inizia a differenziarsi e ad assumere più punti di vista: da quello delle varie figure comprese nella NASA – che prima deve affrontare la morte di Watney e in seguito capire se esiste un modo per salvarlo – a quello dell’equipaggio di Hermes, disposto a prolungare il proprio viaggio nello spazio e a rischiare la morte pur di non lasciare nulla di intentato per recuperare il proprio compagno, fino a sfiorare (seppur per la breve durata di qualche riga) le famiglie dell’equipe stessa.

In molti capitoli questi punti di vista vanno ad alternarsi e a intrecciarsi tra loro, le medesime situazioni vengono scrutate da diverse angolazioni e in questo modo si viene a creare non soltanto un quadro completo e particolareggiato ma una vera e propria rete narrativa.
Anche i vari personaggi prendono vita lentamente, man mano che si prosegue nella lettura; Weir fa in modo che ognuno di loro si presenti da sé, caratterizzandosi attraverso le proprie azioni, le reazioni emotive, i dialoghi che lo vedono protagonista.
Ricorrendo a un flashback, ad esempio, lo scrittore torna alle ore precedenti l’aborto della missione e ci presenta la comandante (e geologa) Melissa Lewis, Rick Martinez dell’aeronautica militare, la softwarista Beth Johanssen, il chimico Alex Vogel e il medico Chris Beck; in più punti, invece, parte da un dettaglio del passato per attivare un crescendo che porta all’evento presente.
Tutto ciò contribuisce ad accendere la curiosità del lettore, creando un effetto sorpresa e un dinamismo che vanno a compensare l’abbondanza di particolari e di tecnicismi che in alcuni capitoli tende a rallentare un po’ la lettura.

D’altronde risiede proprio qui la peculiarità di questo romanzo e della scrittura di Weir: un linguaggio fresco e leggero ma al tempo stesso serio e scientifico, un’accuratezza dei dettagli (e dei passaggi tecnici che portano Mark a creare il proprio mondo su Marte) che può spaventare o annoiare e che sicuramente in alcuni punti fa storcere un po’ il naso ma che consegna direttamente nelle mani del lettore gli strumenti per sopravvivere su Marte e per immedesimarsi completamente nella storia, fino a sentirne la mancanza a lettura ultimata.

A parte l’eccesso di particolari, un’altra piccola pecca del romanzo la si può individuare in una certa legnosità dei dialoghi, ma non tanto nella costruzione delle battute in sé – che di fatto funzionano e rendono reali le situazioni – quanto nella spiegazione ripetitiva e quasi pedante che le accompagna (“disse”, “convenne”, “rispose”, “confermò” e così via).

Nel complesso ci si trova di fronte a una storia piacevole ed estremamente coinvolgente, scritta in modo divertente e leggero, con un solido messaggio di fondo e la capacità di instillare una certa curiosità scientifica nella mente del lettore.

Insomma, un libro d’intrattenimento, sì, ma fino a un certo punto, perché mentre fa sorridere informa e fa pensare. Fa sperare e riflettere sulla solitudine e sulla fiducia che, nonostante tutto, dovremmo riporre nell’umanità, su quanto tutto questo possa essere difficile, sicuramente, ma necessario e appagante.

 

L’uomo di Marte

Andy Weir

Traduzione di Tullio Dobner

Newton Compton Editori, 2015

(Collana Gli Insuperabili Gold)

Pp. 382    € 4,90

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