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Quanto dura il sempre

“Il ragazzo selvatico” di Paolo Cognetti

È il 2008 e un ragazzo come molti altri della sua generazione inizia a sentirsi perso, insoddisfatto, inquieto.
Prova a concentrarsi sulla sua vita, sui suoi interessi di sempre, ma persino ciò che più ama e su cui ha costruito se stesso e il suo personale universo gli appare inutile, lo respinge. Addirittura la scrittura e la lettura non sortiscono più nessun effetto catalitico e non gli restituiscono nessun entusiasmo, anzi, lo angosciano ulteriormente.

Paolo Cognetti

Quel ragazzo si chiama Paolo Cognetti e in Il ragazzo selvatico (Terre di Mezzo Editore, 2013) ci mostra la parte più vulnerabile di sé, raccontandoci passo passo il suo tentativo di risalita da un inferno emotivo in cui si era ritrovato sperduto e sfiduciato come quando un’impresa in cui hai creduto finisce miseramente.
Una narrazione iniziata saltuariamente sulle pagine del suo blog Capitano mio Capitano e poi racchiusa in quello che può definirsi una via di mezzo tra diario personale e racconto vero e proprio.
Tra i tanti ipotetici appigli che non riescono a risollevarlo, un solo elemento lo colpisce e finisce per fornirgli l’input per approntare una risalita:
la ricerca di una personale dimensione intrapresa da altri uomini prima di lui.
Questo aspetto ce lo segnala lo stesso Cognetti sin dalle prime pagine del libro, chiamando a raccolta titoli e autori che in un certo senso hanno ispirato questo suo “quaderno di montagna”, come recita il sottotitolo.

In quei mesi i romanzi mi respingevano, ma fui attratto da storie di persone che,
per rifiuto del mondo, avevano cercato esperienze di solitudine nella natura.

Filosofi, scrittori e geografi dell’Ottocento come Henry David Thoreau, John Muir ed Élisée Reclus, ma anche contemporanei come Chris McCandless, protagonista di Into the Wild di Jon Krakauer (da cui è stato tratto il film Into the Wild – Nelle terre selvagge, Sean Penn, 2007).

Così Paolo decide di staccarsi dalla routine cittadina opprimente e stressante e di trasferirsi per qualche mese nella valle accanto a quella in cui aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza – all’orizzonte le montagne che chiudono la Val D’Aosta a sud, verso il Gran Paradiso – nella prima di quattro baite nel villaggio chiamato Fontane.
Perché la montagna non è nuova nella sua vita: sin da piccolo ha vissuto nel dualismo tra la costrizione della vita di città e la libertà, nei mesi estivi, di muoversi tra ghiacciai, rocce, boschi e torrenti.
Un’alternanza durata fino ai vent’anni e poi dimenticata nel cumulo di impegni e ritmi cittadini.

Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico,

così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo.
Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me
quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.

Il ragazzo selvatico non racconta della montagna in sé, piuttosto vuole focalizzarsi sul tentativo di rinvigorimento di un uomo attraverso la solitudine – prima – e la compagnia di sogni, ricordi, animali giorno dopo giorno, fino alle poche presenze umane che incontrerà e con le quali si porrà a confronto.

Sorprende la fluidità con cui la scrittura di Cognetti – anche grazie all’utilizzo della prima persona – scorre sotto gli occhi del lettore, come se non parlasse di introspezione, malesseri, tempra da ritrovare e dolori da superare, come se si trattasse piuttosto di una chiacchierata con un vecchio amico.
Quest’aspetto ne rende agevole la lettura anche a chi non ha la passione per le passeggiate solitarie, né particolare vocazione per la natura, perché appunto la montagna viene scrutata dalla prospettiva emotiva della fragilità umana.
Una fragilità che va a insinuarsi anche nei sogni e nelle visioni che Paolo ha, tra i suoi ricordi, tra le ombre di un rapporto kafkiano col padre.

Tra escursioni, letture, momenti dedicati alla cucina e alla scrittura, le stagioni scorrono velocemente: dalla primavera si arriva all’autunno e con ottobre arriva anche il momento di tornare in città.

Avevo l’impressione che il presente, lassù, da molto tempo fosse un mucchio di cocci
che non era più possibile rimettere insieme. Potevi solo girarteli tra le mani e indovinare a cos’erano serviti […].

Ed è con l’autunno che la narrazione sembra frenare, seppur gradualmente, divenendo più lenta e puntigliosa, a volte troppo.
Il paesaggio che inizia a trasformarsi – impregnandosi di tristezza, apatia, solitudine – e lo stato d’animo del narratore – sfiduciato e malinconico – appesantiscono un po’ la lettura, riuscendo però perfettamente nell’intento di trasmettere al lettore le sue angosce e i suoi crolli fisici ed emotivi.

 

Il ragazzo selvatico.
Quaderno di montagna

Paolo Cognetti

Terre di Mezzo Editore, 2013

Pp. 104    € 12,00

 

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